Pochi hanno avuto la fortuna di osservare dal vivo le grandi mandrie di zebre o di gnu nel grande parco del Serengeti in Tanzania, o in qualche altro parco naturale dell'Africa, ma la maggior parte di noi ha seguito più volte i bellissimi documentari proposti dalla televisione. Ci saremo forse anche chiesti, vedendo le sequenze del comportamento di predazione di leoni o leopardi ai danni appunto di zebre, gnu o antilopi, come mai il branco compatto sembra impedire al predatore di attaccare. Solo l'individuazione di un elemento in qualche modo diverso nel branco - un piccolo ancora insicuro sulle zampe, un animale malato che stenta a non farsi staccare nella corsa, ma anche un individuo che improvvisamente cambia direzione o salta più in alto degli altri - focalizza la sua attenzione - gli occhi fissi e inchiodati alla preda come un puntatore laser di un missile "intelligente" - e fa scattare la sequenza di attacco. Una massa compatta di elementi senza differenze sembra disorientare il predatore, portandolo all'immobilizzazione o al rinvio della caccia.
Ma cosa c'entra, però, tutto questo con la vergogna?
La vergogna si differenzia molto dal normale senso di colpa. Questo, infatti, è un insieme di emozioni sgradevoli legate a pensieri od atti socialmente riprovevoli o comunque ritenuti tali; in breve, il senso di colpa si riferisce ad azioni, desideri o sentimenti specifici percepiti come intollerabili ed è strettamente associato al senso morale collettivamente condiviso, in famiglia o in società. La vergogna, invece, implica un'autosqualifica dell' intera persona, o comunque un sentimento di diversità che ci fa sentire fuori dal gruppo, persino dai gruppi di minoranza, insomma ci fa sentire unici e per questo visibili ed esposti.
Forse a un possibile predatore?
L’emozione che noi chiamiamo vergogna è in realtà un’angoscia di morte dovuta alla percezione della propria diversità e, quindi, vulnerabilità?