La memoria emotiva

L’arto fantasma

 

“Sentii ancora per molto tempo nella mia palma sinistra la gelida mano del maestro. Ebbi una sensazione strana: per tutto il tempo mi sembrò di avergli stretto la mano con la mia destra mancante. Un uomo con entrambe le mani sane difficilmente potrà capire, ma io sentii direttamente il contatto della mano del maestro nella mia destra. Nella mano che non ho più.
Né era la prima volta che soccombevo all’inganno della mia mano mancante. Percepivo molto distintamente i movimenti delle dita, anzi, sentivo perfino la ferita che mi ero fatta qualche tempo prima a un dito con il coltello da intaglio, mi faceva male. Infatti più di una volta mi sono dimenticato ed ho cercato di afferrare qualcosa con la mano destra, e mi sono accorto del mio errore solo alla vista del moncherino…”


(Ludo Zùbek, La sorgente nascosta, Sellerio ed. Palermo, 1989)

A volte resta impossibile, per tutto il resto della vita, accettare la realtà che una parte di noi, del nostro stesso corpo, non esiste più, l’abbiamo perduta o ci è stata tolta per sempre.
E così può succedere di provare emozioni come rabbia, amore, invidia, gioia o paura suscitate in noi da fantasmi, da legami del nostro passato, come se dovessimo ancora - in questo momento! - competere, amare, giocare con persone che abbiamo (o ci hanno) lasciato da tempo. Probabilmente è riduttivo descrivere tutta la complessità del comportamento degli esseri umani – e di tutti gli esseri viventi - come effetto di una “memoria che agisce” ; ma, spesso inconsapevolmente, ci lasciamo guidare da una “memoria emotiva”.